ROMA-NAPOLI. A PRIMA VISTA… di Paolo MARCACCI
Poca o tanta, la Roma, a conti fatti?
Se il Napoli non avesse trovato – meritatamente – un pareggio inseguito contro la frustrazione montante per tutto il secondo tempo, ora staremmo qui a fare altri discorsi.
Ha saputo difendersi, la squadra giallorossa, mentre Massa le faceva precipitare cartellini tra capo e collo, alcuni dei quali evitabili. Ha forse peccato in remissività, in varie fasi del match, perché non sempre ha approfittato dei cali di lucidità della mediana partenopea, Allan su tutti.
Dopo l’uscita di De Rossi si è almeno in parte ridefinita dal punto di vista tattico, con una disposizione spesso tendente al quattro – tre – tre; è pur vero che Florenzi, entrato col mandato di restare alto, è poi stato richiamato a ispessire il pacchetto difensivo sulla destra.
Tra rimpalli e fuorigioco individuati alla perfezione dagli assistenti di Massa, forse la Roma ha guardato un po’ troppo il cronometro, sul finale, ripiegando con tutti gli effettivi nel controllo di ogni pallone utile a far trascorrere il tempo.
È un peccato che a un pugno di minuti dalla fine il Napoli, ormai in riserva quanto a speranze, abbia trovato un pari costruito con azione bella e manovrata, con Zielinski che ha brillato più di ogni altro nel frangente, però con qualche metro di troppo a livello di spazi e con poca reattività di un reparto che nel frattempo aveva perso Manolas, peraltro ammonito.
Come la ginestra di Leopardi, vestita dello stesso colore, la squadra di Di Francesco si stava arrampicando con successo sul pendio del Vesuvio sterminatore, senza farsi travolgere ma forse troppo rannicchiandosi. Fuma il vulcano per il disappunto partenopeo, fuma al tempo stesso l’incazzatura romanista: per i tempi più che per i contenuti.
C’è un verdetto che, alla fine, riguarda entrambe le contendenti di stasera: nelle mancanze di entrambe, la spiegazione della misura sempre colma del bicchiere juventino.